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Il Parco Internazionale del fiume Corno
è stato istituito nel 2004 al fine di tutelare gli aspetti storici, naturalistici e architettonici tipici della zona.

Si sviluppa a ridosso del fiume Corno, da Gonars attraverso Porpetto fino a San Giorgio di Nogaro e comprende un territorio che rappresenta oggi una delle ultime appendici umide della “Bassa pianura friulana”. Un tempo molto estese, le aree umide sono state ridotte nei secoli per guadagnare terreno coltivabile e rendere più salubre il territorio, attraverso ingenti opere di bonifica idraulica avvenute in gran parte nel secolo scorso. Alcune porzioni di territorio, localizzate lungo il corso del fiume e dei suoi piccoli affluenti, sono state risparmiate da questa trasformazione a causa della falda affiorante, che rendeva le opere di bonifica molto onerose. Essendo perciò rimaste pressoché intatte da migliaia di anni, conservano habitat caratteristici degli ambienti umidi ripariali e del bosco planiziale e rappresentano un importante serbatoio di conservazione di specie vegetali e animali endemiche, tipiche degli ambienti umidi. L’importanza naturalistica di queste zone è inoltre accresciuta dalla funzione di raccordo che esse svolgono con le aree circostanti.

Il Corno, per la posizione e l’orientamento, è un corridoio preferenziale per i movimenti migratori dell’avifauna, che utilizza la vegetazione posta lungo il fiume per raggiungere le ampie zone umide della laguna di Marano e di Grado. Questa è una delle zone lagunari più a nord nel Mediterraneo ed è perciò la più vicina per il passaggio e per lo svernamento delle specie che nidificano nel nord Europa e nei Balcani. Contigui al Parco sono anche i boschi planiziali di Muzzana del Turgnano e il bosco Sgobitta di Porpetto. Il territorio del Parco è del tutto pianeggiante ed è attraversato da corsi d’acqua di risorgiva dall’andamento naturale nella parte nord e per lo più canalizzati e rettificati nella parte sud del Parco. La portata del Corno e dei suoi affluenti è pressoché costante durante tutto l’anno, perché dipende dal livello della falda freatica, più che dall’andamento pluviometrico. Le acque emergono a temperatura costante (12- 13°C) e appaiono quasi limpide. Alcune porzioni di Parco sono state segnalate come Sito di Interesse Comunitario (S.I.C.) con la denominazione Paludi di Gonars (codice IT3320031), a seguito delle indicazioni contenute nella Direttiva Habitat 92/43/CEE. La Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, riconoscendo l’elevato interesse ambientale e naturalistico della zona, ha istituito il Biotopo n.4 Paludi del Corno con il D.P.G.R. n. 043/Pres. del 13.02.1998

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L’attuale struttura della pianura friulana è il risultato di un insieme di eventi che si sono verificati in un arco di tempo lunghissimo e che hanno avuto come protagonista principale il ghiaccio. Nel periodo che va da un milione a circa diecimila anni fa (Pleistocene), l’Europa è stata interessata da cinque glaciazioni. Gli strati di ghiaccio erano molto consistenti: nelle valli alpine lo spessore superava a volte i 1.000 metri e variazioni di temperatura di pochi gradi erano sufficienti per sciogliere grandi quantità di ghiaccio e liberare enormi volumi d’acqua. In Friuli, il ghiacciaio tilaventino (del Tagliamento) nella sua massima espansione giunse a pochi chilometri da dove ora si trova Udine. Durante il suo ritiro, questo ghiacciaio diede origine a tre cerchie moreniche e alla parte più recente della pianura friulana.

L’acqua di scioglimento portò infatti il materiale di smantellamento delle montagne a valle, depositandolo gradualmente in base al suo peso: prima gli elementi più pesanti (ciottoli, ghiaia, sabbie), poi quelli più leggeri (argille, limi). Gli elementi più pesanti danno origine a un deposito estremamente permeabile che si lascia attraversare da piogge e corsi d’acqua. Questa è la zona dell’Alta pianura, dove i fiumi, assorbiti dal terreno permeabile, scorrono nel sottosuolo.

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La Bassa pianura, invece, è costituita da materiale fine e sottile, che si compatta fortemente e rende il terreno impermeabile. Nel sottosuolo l’acqua si muove da monte a valle; raggiunta la Bassa pianura, però, non riesce più a procedere perché i pori tra i vari elementi sono diventati piccolissimi. L’acqua così risale e viene a giorno determinando il fenomeno della risorgiva. Le acque emerse formano numerosi ruscelli, che confluiscono tra loro fino alla formazione dei fiumi di risorgiva.

Il fenomeno delle risorgive determina situazioni peculiari; l’interazione tra acqua e territorio modella il paesaggio e crea una serie di ambiti caratteristici condizionati da temperature, grado di acidità, contenuto di sali e di conseguenza anche di specie di flora e fauna; nelle zone di risorgiva si possono perciò individuare molti habitat diversi.

I fenomeni di risorgenza vengono alla luce in depressioni del terreno e possono presentarsi come semplici affioramenti di acqua tra la ghiaia (lamai), oppure nella forma di conche circolari chiamate olle, oppure ancora come fontanai quando vi sono delle cavità più profonde. Le cavità sorgentizie tendono ad invecchiare con gli anni, a causa del progressivo accumulo di sostanza organica, la cui decomposizione è rallentata dalle condizioni di sommersione. Così tendono ad un naturale progressivo interramento e si vengono a creare le condizioni tipiche delle torbiere. Le zone di torbiera hanno un terreno perennemente imbibito di acqua e sono ricche di specie vegetali rare, che sono oggi in pericolo di estinzione. Il terreno è caratterizzato dall’accumulo avvenuto nei secoli di fibre vegetali dal colore bruno-nerastro, che un tempo venivano utilizzate come combustibile povero, oggi più che altro come terriccio in floricoltura. Un habitat contiguo alle torbiere è quello dei prati umidi, sommersi dall’acqua solo in alcune stagioni dell’anno. Qui troviamo un terreno più stabile, con maggiore portanza che consente lo sviluppo di una vegetazione ricca di graminacee e di piante che in primavera rallegrano la vista con le loro fioriture colorate. Anche una lieve variazione altimetrica può portare ai prati asciutti, caratterizzati da una lunga stagione estiva arida e popolati da specie comuni anche ai prati di pianura e montani.

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Olle: Le dimensioni, la profondità e il fondale delle olle condizionano anche il tipo di vegetazione all’interno e intorno ad esse. Nelle acque limpide affioranti si sviluppano specie vegetali che vivono sul pelo dell’acqua o in condizione di sommersione: alcune prediligono acque più ferme, altre si ancorano sul fondo con i lunghi steli e restano fluttuanti nella parte sommitale, resistendo alla forza della corrente. Le piccolissime lenticchie d’acqua (Lemna minor) possono formare delle vere e proprie praterie galleggianti, creando così un ambiente favorevole allo sviluppo di larve di insetti e di piccoli crostacei, che a loro volta costituiscono nutrimento per anfibi e piccoli animali. La vegetazione caratteristica attorno alle olle più profonde e ampie è il falasco (Cladium mariscus), specie erbacea, perenne, alta anche fino a due metri, che costituisce formazioni molto dense e fitte chiamate marisceti. Quando l’affioramento dell’acqua è molto basso, invece, compare il giunco nero (Schoenus nigricans), pianta caratteristica per i suoi cespi folti e per il colore nero dei suoi fiori. In natura, ogni volta che ci sono situazioni ambientali con caratteristiche intermedie, è possibile trovare entrambe le specie.

Torbiere: Le torbiere si formano nelle zone di depressione intorno alle olle e sono caratterizzate da un perenne ristagno idrico. Ciò determina particolari condizioni che consentono la colonizzazione solo da parte di alcune specie vegetali ed animali, molte delle quali in via di estinzione. Nella prima fascia che cinge la olla, accanto al giunco nero (Schoenus nigricans) cresce l’erucastro (Erucastrum palustre), chiamato anche cavolo di palude. È una specie endemica della Bassa pianura friulana, cioè presente a livello mondiale solo in quest’area. A testimonianza del passato geologico della zona sono rimaste delle specie che hanno colonizzato l’area in epoca glaciale. Sono le specie microterme, che ritroviamo in areali a clima alpino o nel nord Europa e che sopravvivono in queste zone grazie all’azione rinfrescante delle acque di risorgiva. Fra queste ricordiamo la Primula farinosa e l’Eriophorum latifolium. La Pinguicula alpina e la Drosera rotundifolia sono piante carnivore, che nelle condizioni di scarsa disponibilità di nutrienti, caratteristica delle torbiere, hanno sviluppato degli adattamenti per incrementare la quantità di azoto e fosforo per la crescita. Esse infatti catturano insetti o piccoli invertebrati, che poi digeriscono mediante la secrezione di specifici enzimi, prodotti in genere dalle foglie. A primavera fioriscono le orchidee; tra le più diffuse si ricorda l’Orchis militaris, che è in fiore tra maggio e giugno e ha tonalità cariche e variabili dal porpora al rosa

Prati: Tipico dei prati umidi è il molinieto, che prende il nome dalla gramigna liscia (Molinia caerulea), robusta graminacea cespitosa che raggiunge il metro di altezza e porta all’apice una spighetta violacea. Nel molinieto troviamo anche numerose altre specie, che arricchiscono con le loro fioriture colorate il fascino di questi luoghi, in particolare nei mesi di aprile, maggio, giugno e settembre. Fra questi il gladiolo palustre (Gladiolus palustris), il giglio dorato (Hemerocallis lilioasphodelus), la cui fioritura dura un giorno solo, il giaggiolo siberiano (Iris sibirica), la genziana mettimborsa (Gentiana pneumonanthe). Anche diverse specie di orchidee trovano nei terreni umidi buone condizioni per il loro sviluppo. A volte è sufficiente un lieve innalzamento del terreno perché vengano meno le condizioni di umidità e ci si trovi di fronte ad un prato asciutto. I prati asciutti sono stati i primi ad essere convertiti in coltivazioni, tuttavia alcuni sono rimasti fino a noi, o perchè inclusi in aree di più difficile coltivazione o perchè circondati da zone umide. La composizione floristica tipica riprende molte specie già presenti nei molinieti a cui si aggiungono specie tipiche dei prati dell’alta pianura. Fra queste ci sono numerose graminacee e leguminose. Laddove si trovano piante di erica (Calluna vulgaris), si è in presenza di una acidificazione del suolo.

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Boschi: Lungo le rogge e i corsi d’acqua si sviluppano i boschi ripariali, una fascia di limitata ampiezza caratterizzata ancora da specie ben adattate alla vicinanza dell’acqua. Qui si trovano diversi salici, come il salice bianco (Salix alba) e il salice ripariolo (Salix Elaeagnus). Ci sono inoltre pioppi (Populus alba, Populus nigra), ontani (Alnus glutinosa, Alnus incana) e diversi arbusti. Tra questi: la frangola (Frangula alnus), il biancospino (Crataegus monogyna), il sambuco (Sambucus nigra) e il nocciolo (Corylus avellana). In tempi antichi, le pianure alluvionali dell’Europa centromeridionale, e quindi anche la Bassa pianura friulana, erano ricoperte da un bosco planiziale, un bosco cioè di pianura, che costituiva una copertura continua con i boschetti ripariali. Nei secoli il bosco planiziale è stato per lo più convertito in terreno agricolo e oggi rimangono solo alcuni frammenti di bosco a farnia (Quercus robur), carpino bianco (Carpinus betulus), frassino (Fraxinus excelsior) e acero (Acer campestre).

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Uccelli: Gli uccelli sono presenti in numerose specie stanziali, migratorie ed accidentali. La Lista rossa degli animali d’Italia e la Direttiva Uccelli (79/409/CEE) ne segnalano circa 90 come specie in pericolo o vulnerabili. Le specie stanziali sono quelle presenti tutto l’anno. Ci sono il piccolo tuffetto (Tachybaptus ruficollis), il germano reale (Anas platyrhynchos), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus). Nelle zone boscate vivono diverse specie di Passeriformi: il merlo (Turdus merula), la ghiandaia (Garrulus glandarius), la gazza (Pica pica), la cornacchia grigia (Corvus corone cornix). Il pendolino (Remiz pendulinus) costruisce il suo particolarissimo nido a forma di fiaschetta, fissato a un sottile ramo di salice pendente sull’acqua. Sono presenti tutto l’anno anche il picchio verde (Picus viridis) e il picchio rosso maggiore (Dendrocopos major); sono facilmente riconoscibili per il loro tipico volo ondulato, dovuto all’alternanza di colpi d’ala rapidi e forti e brevi planate. Gli aironi si riconoscono da lontano per le lunghe zampe; i più numerosi sono l’airone cenerino (Ardea cinerea), l’airone bianco maggiore (Casmerodius albus) e la garzetta (Egretta garzetta). Tra i rapaci diurni ci sono lo sparviere (Accipiter nisus), il gheppio (Falco tinninculus), la poiana (Buteo buteo); tra i rapaci notturni, la civetta (Athene noctua) e il gufo comune (Asio otus). Le specie estive nidificanti comprendono quegli uccelli migratori che, dopo aver svernato in Africa, ritornano in primavera per nidificare. Tra questi, ci sono la cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), l’usignolo (Luscinia megarhynchos), il rigogolo (Oriolus oriolus) dalla appariscente livrea gialla e nera e la capinera (Sylvia atricapilla). Di grande pregio naturalistico è l’albanella minore (Circus pygargus), che è diventata anche il simbolo di questo Parco. I maschi, più piccoli delle femmine, sono di colore grigio con il ventre bianco e la punta delle ali nera; le femmine invece hanno un piumaggio marrone rossiccio con il groppone bianco. Tra i migratori sono presenti inoltre l’alzavola (Anas crecca), il piro piro boschereccio (Tringa glareola) e molti Passeriformi, come lo stiaccino (Saxicola rubetra), il merlo dal collare (Turdus torquatus), il tordo bottaccio (Turdus philomelus), il beccafico (Sylvia borin). I migratori non sono soltanto estivi: d’inverno altre specie, provenienti da nord, si fermano in queste zone per svernare. Tra queste, lo scricciolo (Troglodytes troglodytes), il pettirosso (Erithacus rubecula), il regolo (Regulus regulus) che è il più piccolo uccello europeo, l’albanella reale (Circus cyneaus).

Mammiferi: Tra i piccoli mammiferi ci sono molti roditori, come il topo campagnolo (Apodemus agrarius), il ratto d’acqua (Arvicola terrestris) e il topolino delle risaie (Micromys minutus), il più piccolo roditore europeo. Importante è la presenza di alcuni Mustelidi, come la faina (Martes foina), la donnola (Mustela nivalis) e la puzzola (Mustela putorius), segnalata come specie in pericolo di estinzione. Anche lo scoiattolo selvatico (Sciurus vulgaris) è specie protetta. Tra i mammiferi di media taglia c’è la volpe (Vulpes vulpes), dall’inconfondibile mantello rosso fulvo. Alla sera o alla mattina presto nei prati si possono vedere caprioli (Capreolus capreolus) e lepri (Lepus europaeus). Più difficile è vedere altri mammiferi che hanno per lo più abitudini notturne, come il riccio (Erinaceus italicus).

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Rettili: È ancora diffusa la testuggine palustre (Emys orbicularis), timida e veloce, di colore nero verdastro con macchie gialle appariscenti. Tra le numerose specie di Sauri, la più comune è il ramarro (Lacerta bilineata) e quella di maggior pregio naturalistico è la lucertola vivipara (Zootoca vivipara). Specie tipica dell’ambiente alpino, qui è un relitto glaciale; infatti, si è insediata in queste zone durante le glaciazioni e qui è rimasta anche in seguito, grazie al microclima rinfrescato dalle acque di risorgiva. L’orbettino (Anguis fragilis) è un sauro apodo, cioè senza piedi, caratteristica che lo fa assomigliare ai serpenti. Tra i serpenti, il più comune è la biscia dal collare (Natrix natrix). Sono presenti inoltre il saettone (Elaphe longissima), rettile non velenoso che può raggiungere i due metri di lunghezza, e il biacco maggiore (Coluber viridiflavus), che nella forma locale è di colore nero. Si trova anche la vipera comune (Vipera aspis francisciredi), ormai scomparsa nel resto della pianura padana. È l’unico serpente velenoso di queste zone, ma la dose di veleno iniettata con un morso non è letale per l’uomo.

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Anfibi: Nelle zone di torbiera è diffusa la rana verde (Rana esculenta), anche detta rana dei fossi. Sulla folta vegetazione che cinge le polle è molto comune la raganella italiana (Hyla intermedia). Sono meno comuni la rana agile (Rana dalmatina) e la rana di Lataste (Rana latastei); hanno un colore bruno che le rende perfettamente mimetiche sul fogliame del sottobosco. Il rospo comune (Bufo bufo) è raro e comunque difficile da incontrare per le sue abitudini notturne. Nelle zone stagnanti vivono il tritone crestato (Triturus carnifex) e l’ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), specie dichiarate di interesse comunitario. Pesci: Tra le diverse specie di pesci presenti nel Parco, nove sono inserite nella Lista rossa degli animali d’Italia e cinque sono dichiarate di interesse comunitario. Nelle acque a corrente media e veloce con fondo di ghiaia o sabbia e poca vegetazione, vivono lo scazzone (Cottus gobio), il barbo (Barbus plebejus), la sanguinerola (Phoxinus phoxinus); questi pesci depongono le uova sotto i sassi per contrastare la forza della corrente che potrebbe trascinarle via. Troviamo anche la rara lampreda padana (Lethenteron zanandreai), specie endemica della pianura padano-veneta e la trota marmorata (Salmo marmoratus), specie endemica delle risorgive. Nelle acque a decorso lento con fondo melmoso e vegetazione fitta, vi sono pesci che depongono le uova attaccandole alla vegetazione come il cobite comune (Cobitis taenia) e la tinca (Tinca tinca). Ci sono inoltre specie carnivore come il luccio (Esox lucius), l’anguilla (Anguilla anguilla) e il ghiozzo padano (Padogobius martensi).

Invertebrati: Sono presenti nel suolo in grandi quantità e varietà chiocciole, lombrichi, sanguisughe, ragni e numerosi insetti come libellule, cavallette, farfalle, coleotteri. Sono state segnalate come specie di interesse comunitario la chiocciola Vertigo angustior, che vive in terreni umidi; il cervo volante (Lucanus cervus), che vive nei boschi di querce maturi; la farfalla Coenonympha oedippus, legata alle zone umide e ormai rara; il gambero d’acqua dolce (Austropotamobius pallipes fulcisianus), diffuso un tempo in tutti i corsi d’acqua dolce della regione, e ora invece piuttosto raro e presente solo in acque molto pulite.